Lassù

Sono sempre stato interessato all’uomo e al suo rapporto con il
territorio, in qualsiasi parte del mondo io abbia fotografato.

Per capire un luogo bisogna saperne leggere il paesaggio. In
Valtellina sono evidenti i segni di come l’uomo ha plasmato il
territorio nel tempo, pensiamo ad esempio ai terrazzamenti,
un’opera gigantesca di muri a secco che spingono in verticale
fazzoletti di terra strappati alle rocce, un processo che ha coinvolto
intere comunità attraverso i secoli e che oggi ci regala apprezzati
vini e un paesaggio unico.

Gli alpeggi sono anch’essi una conquista nata dalla capacità di
ottimizzare lo sfruttamento del territorio quando il fondovalle era
ancora paludoso, fino alla metà del 1800. L’uomo imparò a coltivare
in pendenza, mano a mano che si saliva di altitudine la terra era
meno favorevole all’agricoltura, mentre aumentava la possibilità
dell’allevamento. Si è iniziato a disboscare per ricavare prati sui cui
far pascolare gli animali, si sono costruiti recinti e dimore con pietre,
contrade, villaggi. Un lavoro enorme, di fatica e tenacia alleviato
solo dal grande spirito di comunità che contraddistingueva la vita di
allora e che ha contribuito in maniera decisa a formare l’identità
culturale della comunità alpina.

Un tempo l’alpeggio era un’esigenza e c’era un forte nomadismo
che spostava interi villaggi; bisognava risparmiare le risorse
foraggere del fondovalle, a maggio quindi si partiva con gli animali:
mucche, cavalli, muli, pecore e galline per stanziare sui maggenghi
a media altezza. Solo capi da lavoro e qualche mucca da latte per
sfamare gli infanti erano esentati dalla transumanza. In estate dai
maggenghi si saliva in alta montagna oltre i 2000 metri, non veniva
sprecato un filo d’erba, poi a settembre si faceva il percorso inverso
e si trascorreva l’inverno nel fondovalle con le riserve di fieno
raccolto del periodo estivo. Così ogni anno, per secoli.

Ancora oggi gli alpeggi rappresentano un patrimonio straordinario
per la Valtellina, non solo economico grazie alla produzione di
formaggi di fama internazionale, ma sopratutto per gli aspetti
aspetti storici e culturali che questo mondo conserva e che
costituiscono la memoria di modi di governare le risorse naturali, di
antichi saperi, di economie sostenibili. Senza gli alpeggi
scomparirebbero i pascoli, aumenterebbe il dissesto idrogeologico,
il territorio diventerebbe più povero, monotono ed inospitale e
perderebbe completamente la sua attrattiva turistica.

In un mondo che va sempre più in fretta dovremmo soffermarci sui
segni del passato, sulla realtà che ci circonda, sulla natura, lassù
esiste ancora un modo rurale senza tempo profondamente radicato
nella cultura e nei valori della Valtellina. Dobbiamo sostenere e
rispettare le persone che ancora dedicano la loro vita a queste
attività, affinché tutto ciò non si disperda.

Pisati Beniamino
Classe 1977, originario di Milano e residente a Sondrio, lavora come
fotografo professionista freelance. È specializzato in reportage geografico
con all’attivo oltre centocinquanta viaggi in diverse aree del mondo.
Collabora attivamente con riviste ed agenzie del settore, dal 2009
organizza workshop di fotografia di viaggio in Italia e all’estero. Diversi
riconoscimenti nazionali ed internazionali ricevuti tra cui il primo premio al
Travel Photographer of the Year nel 2016 nella categoria Portfolio, finalisti
al Gran Premio Fujifilm Portfolio Italia 2020 e vincitore all’Urban Photo
Contest 2020. Da oltre 10 anni sta documentando lo stretto rapporto tra
uomo e ambiente negli alpeggi della Valtellina.

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